Sara Checchelani, classe 88, maître, sommelier e co-proprietaria di Materiaprima di Pontinia, dove interpreta l’accoglienza con sensibilità e competenza.
Appassionata di vino e di territorio, costruisce una carta dinamica e ricercata, valorizzando piccoli produttori e identità enologiche.

Nel 2026 ha ricevuto il riconoscimento di Sommelier dell’Anno 2026 della guida Roma del Gambero Rosso.
Sei una giovane sommelier in un settore in cui la credibilità si costruisce nel tempo. A tuo modo di vedere, quanto conta l’esperienza?
L’esperienza è fondamentale perché insegna ciò che nessun libro può trasmettere: l’ascolto, il confronto e la sensibilità verso le persone. Credo, però, che anche la curiosità, l’umiltà e la voglia di imparare ogni giorno siano forme di esperienza che si costruiscono fin da giovani.
Quanto è importante il dialogo tra chef e sommelier nella creazione di un piatto? Il vino accompagna una preparazione già pensata o può contribuire a ispirarla?
Il dialogo tra cucina e sala è essenziale. Il vino può valorizzare un piatto già esistente, ma può anche diventare uno stimolo creativo e contribuire a costruire un’esperienza gastronomica armoniosa fin dall’inizio. A volte, infatti, un grande abbinamento riesce a completare una preparazione come farebbe un ingrediente: può aggiungere freschezza, profondità, tensione o sfumature aromatiche che nel piatto, da sole, non esisterebbero. In questi casi, il vino non arriva alla fine del processo creativo, ma ne diventa parte attiva, contribuendo a creare un’esperienza più completa ed emozionante per l’ospite.
C’è un territorio, un vitigno o una filosofia produttiva in cui ti riconosci particolarmente e che senti di voler valorizzare attraverso il tuo lavoro?
Mi sento molto vicina ai produttori che lavorano con rispetto per il territorio e ne preservano l’identità. Più che un singolo vitigno, mi affascinano le storie autentiche che ogni territorio riesce a raccontare attraverso il vino.
Come si riesce a trasformare la conoscenza tecnica di un vino in un racconto capace di coinvolgere anche chi non ha competenze enologiche?
La tecnica è importante, ma le emozioni arrivano prima. Cerco di raccontare il vino attraverso le persone, i luoghi e le sensazioni che può evocare, rendendolo accessibile e coinvolgente per tutti. Il mio obiettivo non è dimostrare quanto so, ma aiutare chi ho davanti a sentirsi coinvolto e a trovare un legame personale con quel vino.
C’è un vino che ti ha regalato un’emozione così forte da andare oltre il gusto, lasciandoti un ricordo personale indelebile?
Più che un vino specifico, ricordo alcuni momenti. Ho capito che i vini che restano davvero nel cuore sono quelli condivisi con le persone giuste, in occasioni che diventano ricordi e che il tempo non cancella. Tuttavia, c’è un vino che porto ancora nel cuore: la Barbera vinificata in bianco di Fausto Andi, figlia dell’annata 2014. Ricordo perfettamente l’emozione che ho provato al primo assaggio, perché è stato uno di quei vini capaci di sorprendermi e di farmi guardare oltre gli schemi. Non è stato solo un esercizio di degustazione, ma un incontro che ha lasciato un segno nella mia memoria. Ancora oggi, quando penso a quel calice, riaffiorano sensazioni ed emozioni, insieme alla consapevolezza che il vino più bello è spesso quello che riesce a raccontarti qualcosa di nuovo e inaspettato.
Umiltà, sogni e passione. Cosa rappresentano questi valori per te e come li descriveresti in poche parole?
L’umiltà è la consapevolezza di non smettere mai di imparare, i sogni sono la direzione verso cui guardare e la passione è l’energia che mi spinge ogni giorno a dare il meglio di me.
Nel mondo della ristorazione, dove spesso si corre per raggiungere nuovi obiettivi, che cosa ti aiuta a ritrovare te stessa e a non perdere di vista ciò che conta davvero?
Il contatto con le persone e il valore dell’ospitalità. Ricordare perché faccio questo lavoro e vedere un ospite emozionarsi davanti a un’esperienza speciale mi riporta sempre all’essenza di tutto.
Se potessi brindare oggi alla donna che desideri diventare, quale vino sceglieresti e quale traguardo vorresti che quel calice rappresentasse?
Sceglierei uno Champagne: elegante, complesso e capace di evolvere nel tempo. Brinderei alla donna che saprà crescere senza perdere autenticità, continuando a costruire relazioni, conoscenza e bellezza attraverso il proprio lavoro.
Sarai protagonista di Excellence 2026, XIII edizione, in programma la prima settimana di dicembe, nel talk «Ricetta di Donna, donne di talento si raccontano». Considerando che il «Ritorno» è il tema dell’edizione 2026, quale significato assume per te questa parola nel mondo del vino?
Per me il ritorno è un invito a riscoprire le origini: il territorio, la tradizione e il valore del tempo. Nel vino, come nella vita, sento che il ritorno è un invito a rallentare, ad ascoltare e a ritrovare il valore delle relazioni umane. È il ritorno all’ospitalità sincera, al dialogo con i produttori, all’emozione che un calice può trasmettere quando racconta davvero il luogo da cui nasce. Credo che proprio da qui possa partire l’evoluzione più bella: non dimenticare chi siamo mentre continuiamo a crescere.










