Panettone Italiano, oltre la tradizione: a Roma la sfida per tutelare identità e futuro del Made in Italy

Alla quinta Convention Mondiale del Panettone, istituzioni, maestri pasticceri e rappresentanti del mondo produttivo si confrontano sulla tutela della filiera nazionale, sulle opportunità di internazionalizzazione e sul futuro di uno dei simboli più riconoscibili della gastronomia italiana.

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Alla quinta Convention Mondiale del Panettone, istituzioni, maestri pasticceri e rappresentanti del mondo produttivo si confrontano sulla tutela della filiera nazionale, sulle opportunità di internazionalizzazione e sul futuro di uno dei simboli più riconoscibili della gastronomia italiana.

Il panettone è uno dei simboli più riconoscibili della tradizione gastronomica italiana. Un prodotto che ha saputo superare i confini nazionali, conquistando mercati internazionali e diventando un’espressione del Made in Italy. Ma quanto di ciò che oggi viene riconosciuto nel mondo come panettone rappresenta realmente la filiera produttiva italiana?

È attorno a questo interrogativo che si è sviluppata la quinta edizione della Convention Mondiale del Panettone, “Il Re dei Lievitati”, ospitata il 13 ottobre al Palazzo Esposizioni di Roma e organizzata dall’Accademia Maestri del Lievito Madre e del Panettone Italiano, in collaborazione con AEPI.

Un appuntamento che ha riunito istituzioni, rappresentanti del mondo agricolo, artigiani e imprese, con un obiettivo che va ben oltre la valorizzazione di un prodotto dolciario: costruire una strategia condivisa per rafforzare l’identità, la tutela e la competitività internazionale del Panettone Italiano.

Al centro della mattinata, moderata dai giornalisti RAI Federica de Denaro e Lorenzo Lo Basso, la presentazione del Manifesto per il Panettone Italiano e la proposta di aggiornamento del disciplinare di riferimento, attraverso l’introduzione di una dicitura che valorizzi l’impiego delle principali materie prime della filiera agroalimentare nazionale.

Un nuovo disciplinare per valorizzare la filiera italiana

A illustrare il significato dell’iniziativa è stato Claudio Gatti, presidente dell’Accademia Maestri del Lievito Madre e del Panettone Italiano, che ha sottolineato la necessità di rafforzare il legame tra il prodotto finito e chi contribuisce quotidianamente alla sua realizzazione.

«Cambiare il disciplinare per noi è una cosa vitale», ha dichiarato Gatti, evidenziando come l’evoluzione delle materie prime e la qualità raggiunta dai produttori italiani rendano necessario un aggiornamento degli strumenti di tutela.

L’obiettivo è valorizzare un panettone realizzato prevalentemente con ingredienti della filiera nazionale, riconoscendo il lavoro di agricoltori, allevatori e produttori, oltre a quello dei maestri pasticceri.

Una proposta che apre una riflessione sul significato stesso di Made in Italy: è sufficiente che un prodotto venga realizzato secondo tecniche e lavorazioni italiane, oppure la sua identità deve essere strettamente legata anche alla provenienza delle materie prime?

La questione non è soltanto gastronomica. Riguarda la capacità di creare valore lungo l’intera filiera e di garantire che il successo internazionale di un prodotto possa tradursi in opportunità economiche per il sistema produttivo nazionale.

Il primo confronto si è concluso con un momento di firma simbolica del documento presentato, a testimonianza della volontà di avviare un percorso condiviso verso una maggiore tutela del Panettone Italiano.

Made in Italy, contraffazione e nuove forme di tutela

Sul piano istituzionale, Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha richiamato gli interventi normativi introdotti negli ultimi anni per rafforzare la protezione delle eccellenze nazionali.

Particolare attenzione è stata dedicata alla legge 206 del 2023, agli strumenti di contrasto alla contraffazione e all’Italian Sounding e alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie per garantire maggiore trasparenza e tracciabilità delle filiere produttive.

Tra queste, anche la blockchain, indicata come possibile strumento per rendere più affidabili e verificabili le informazioni sull’origine e sulle caratteristiche dei prodotti.

Il tema dell’Italian Sounding è stato ripreso dal senatore Giorgio Salvitti, che ha evidenziato la dimensione economica del fenomeno e il paradosso che accompagna il successo internazionale del Made in Italy: più un prodotto viene riconosciuto come espressione di qualità, maggiore diventa l’interesse a riprodurne nomi, immagini e riferimenti culturali.

Durante il confronto sono state richiamate stime di circa 120 miliardi di euro per l’Italian Sounding, a fronte di circa 72 miliardi di esportazioni agroalimentari italiane.

Numeri che, pur riferiti a fenomeni con perimetri differenti, evidenziano quanto la reputazione dei prodotti italiani rappresenti un patrimonio economico da difendere.

La sfida non è soltanto contrastare le imitazioni, ma fare in modo che il valore associato all’identità italiana continui a generare benefici per le imprese che contribuiscono realmente a costruirla.

L’internazionalizzazione passa anche dal sostegno alle piccole imprese

Uno dei passaggi più concreti della mattinata è arrivato dall’intervento di Vittorio de Pedys, presidente di SIMEST, che ha illustrato il ruolo degli strumenti finanziari a sostegno della crescita e dell’internazionalizzazione delle imprese italiane.

De Pedys ha sottolineato come l’agroalimentare rappresenti una componente strategica dell’economia nazionale, evidenziando soprattutto la capacità italiana di trasformare materie prime in prodotti ad alto valore aggiunto.

Una caratteristica che accomuna numerosi comparti produttivi e che trova nella pasticceria un esempio significativo: la qualità non dipende esclusivamente dall’origine degli ingredienti, ma anche dalle conoscenze, dalle tecniche e dalle competenze attraverso cui vengono lavorati.

Il presidente di SIMEST ha quindi illustrato le opportunità offerte dalla finanza agevolata, citando finanziamenti con tassi nell’ordine dello 0,3% e, per determinate misure, componenti a fondo perduto.

Strumenti destinati a sostenere investimenti in digitalizzazione, formazione, partecipazione fieristica e sviluppo commerciale sui mercati internazionali, secondo condizioni e requisiti specifici.

Particolarmente significativo il riferimento alla possibilità di sostenere anche imprese che, pur non esportando direttamente, partecipano a filiere produttive orientate all’export.

De Pedys ha inoltre richiamato circa 700 operazioni per 300 milioni di euro realizzate nel comparto negli ultimi due anni, invitando gli imprenditori a presentare progetti concreti e a conoscere le opportunità disponibili.

Un messaggio importante per un settore nel quale la qualità artigianale non sempre è accompagnata dalle risorse economiche e organizzative necessarie per affrontare nuovi mercati.

Il ruolo di AEPI: trasformare le opportunità in strumenti accessibili

Sul tema è intervenuto anche Mino Dinoi, presidente di AEPI, che ha riportato l’attenzione sulle difficoltà delle microimprese italiane nell’accedere ai finanziamenti e agli strumenti di sostegno.

Il problema, ha spiegato, non riguarda soltanto la disponibilità delle risorse, ma anche la capacità di individuare le opportunità, comprendere i requisiti e presentare progetti adeguati.

Una grande azienda può contare su strutture dedicate alla progettazione e alla finanza agevolata. Una piccola realtà artigianale, invece, deve spesso affrontare queste attività senza disporre delle competenze interne necessarie.

Per rispondere a questa esigenza, Dinoi ha illustrato il lavoro dello sportello di sostegno al Made in Italy promosso da AEPI, finalizzato ad accompagnare imprese e associazioni nei percorsi di informazione, formazione e accesso agli strumenti disponibili.

Nel corso del confronto è emerso anche il tema del ricambio generazionale, fondamentale per garantire continuità alle imprese familiari e alle competenze artigianali.

Claudio Gatti ha ricordato l’impegno dell’Accademia nella formazione dei giovani, con l’obiettivo di trasmettere non soltanto le tecniche di lavorazione, ma anche una mentalità imprenditoriale capace di affrontare le trasformazioni del mercato.

Perché il futuro della pasticceria italiana non dipenderà esclusivamente dalla capacità di conservare le proprie tradizioni, ma anche da quella di renderle sostenibili e competitive per le generazioni successive.

Dalla tutela dell’identità a una strategia per il futuro

La Convention Mondiale del Panettone ha restituito un quadro nel quale la tutela di un’eccellenza gastronomica appare sempre più legata a questioni economiche, normative e produttive.

Il Manifesto per il Panettone Italiano rappresenta il punto di partenza di una riflessione più ampia: come valorizzare l’origine delle materie prime senza dimenticare il ruolo della trasformazione, come sostenere le piccole imprese senza limitarne le prospettive di crescita e come rafforzare la presenza internazionale senza disperdere l’identità del prodotto.

Sono interrogativi che riguardano il panettone, ma che possono essere estesi a buona parte del patrimonio agroalimentare nazionale.

La vera sfida sarà trasformare le intenzioni emerse dal confronto in strumenti concreti, capaci di produrre risultati per le imprese e per l’intera filiera.

Perché tutelare il Made in Italy non significa soltanto difendere un nome o una tradizione, ma creare le condizioni affinché il valore costruito nel tempo continui a essere riconosciuto, protetto e condiviso da chi contribuisce a generarlo.

Il panettone ha già conquistato un posto nella cultura gastronomica internazionale. La sfida, oggi, è fare in modo che il suo successo nel mondo continui a rappresentare un’opportunità concreta per chi, in Italia, ne custodisce e rinnova ogni giorno l’eccellenza.

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