Quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi e quanto dipende dalla famiglia, dall’ambiente e dall’epoca in cui ci è toccato vivere? Chissà quali desideri avremmo coltivato, quali rinunce accettato, quali libertà inseguito se fossimo nati in un altro tempo. È da questa domanda che prende forma Ermione. Vite & Vite – Fermenti femminili, il libro di Elvia Gregorace, calabrese di nascita e romana d’adozione, pubblicato da Trenta Editore con la prefazione del professore Attilio Scienza e vincitore del Premio Selezione Bancarella della Cucina 2026.

A raccontare è Ermione, figlia di Elena e Menelao. Sospesa in una dimensione dalla quale sembra non riuscire a congedarsi, forse perché ha ancora qualcosa da dire. Attraversa i secoli e osserva il mondo femminile dalla propria epoca fino ai giorni nostri. Abbandonata dalla madre ad appena nove anni, porta con sé il peso di una famiglia leggendaria nella quale la sua voce è rimasta ai margini, oscurata dalla bellezza di Elena e dal dolore di Menelao, ferito dal tradimento.
L’autrice le restituisce la parola e, con essa, la possibilità di rileggere la propria esistenza. Il profumo del vino accompagna questo viaggio, nel quale le vicende delle donne del mito si intrecciano con quelle delle produttrici contemporanee. Ermione riconosce nelle loro scelte ciò che a lei non fu consentito: studiare, lavorare, affermarsi, amare, costruire una famiglia secondo i propri desideri. Attraverso il loro incontro, una donna a lungo relegata sullo sfondo della storia diventa narratrice di altre vite, per cui voce ed eco.
Uno degli aspetti più convincenti del personaggio è la disponibilità a mettere in discussione se stessa. Ermione riconsidera la gelosia provata verso Andromaca e si domanda perché abbia rivolto il proprio risentimento contro di lei anziché contro Neottolemo, il marito che l’aveva portata in casa come concubina. Riconosce finalmente il dolore della donna percepita come rivale. Una prigioniera di guerra, già privata di Ettore e del figlio Astianatte, costretta a vivere accanto a Neottolemo, responsabile della morte del bambino. La distanza dei secoli le permette di comprendere ciò che allora non aveva saputo vedere.
Anche il giudizio sulla madre si apre a una prospettiva diversa. Pur conservando la ferita dell’abbandono, Ermione si interroga sulla condanna che ha accompagnato Elena e sul linguaggio con cui la sua figura è stata tramandata. Il confronto con il presente fa emergere quanto il giudizio sul desiderio femminile dipenda dalle convenzioni sociali e quanto a lungo una donna possa rimanere prigioniera della definizione ricevuta dagli altri.

Le produttrici incontrate lungo il percorso danno consistenza a queste riflessioni. Nelle loro storie, la realizzazione professionale convive con gli affetti, le responsabilità familiari, le difficoltà e le ripartenze. Ermione le ammira per la capacità di assumersi il rischio delle proprie decisioni. Sono donne che custodiscono una terra, interpretano un vitigno, proseguono un’eredità o cambiano direzione, conquistando autorevolezza attraverso il lavoro.
Il vino diventa così un emblema di libertà, particolarmente intenso per chi ne aveva conosciuto il divieto. Ermione ricorda un assaggio furtivo da bambina, subito interrotto. Scoperta, era stata ricondotta nella propria stanza. Quel ricordo misura la distanza fra il desiderio e il permesso, fra ciò che una donna vorrebbe conoscere e ciò che le viene concesso. Ora può soffermarsi sui profumi, immaginare il sorso, accompagnare con il calice il fluire dei pensieri. Un gesto quotidiano acquista il valore di una conquista.
Ma lo sguardo rivolto al presente incontra anche le vite spezzate. Testimone dei femminicidi, Ermione cerca di comprendere la persistenza della violenza attraverso epoche tanto diverse. Il tempo modifica abitudini e possibilità, mentre il possesso, la sopraffazione e la paura della libertà altrui continuano a ferire. Il dialogo tra mito e cronaca pone una domanda scomoda: quanto è profondo il cambiamento di una società che si considera evoluta?
La risposta più intima arriva nel rapporto con Tisameno, il figlio avuto da Oreste. A lui Ermione affida un insegnamento che guarda al futuro: sostenere una donna, trattarla con gentilezza, rispettarne gli spazi e le aspirazioni. L’esperienza del dolore può diventare consapevolezza e tradursi in un modo diverso di educare all’amore. Perché la libertà dell’altro è una delle prove più difficili, e più autentiche, di un sentimento.
L’originalità del libro risiede anche nella sua costruzione. Gregorace sceglie una forma ibrida nella quale racconto romanzesco, saggio, ritratto biografico e scrittura giornalistica si intrecciano attraverso il vino. Le descrizioni sensoriali si alternano alle rievocazioni mitologiche, alle storie delle aziende e alle riflessioni sull’attualità. Il nettare di Bacco accompagna la passione, l’amore, la rivincita e la battaglia, conserva anche la propria ambivalenza, richiamata nella prefazione di Attilio Scienza.
Il titolo raccoglie questo intreccio: le vite sono le piante che affondano nella terra e le esistenze che cercano una direzione. Entrambe portano tracce delle proprie origini, entrambe attraversano stagioni favorevoli e avverse. I fermenti femminili esprimono il movimento di donne che trasformano quanto hanno ricevuto, lasciando un segno nei territori e nelle relazioni.
Rimane la voce di Ermione. Una figlia oscurata dalla fama dei genitori che conquista il diritto di raccontare e, attraverso le altre, impara a comprendere se stessa. Per Elvia, il vino e le donne chiedono tempo, attenzione e la disponibilità a comprenderne le sfumature, oltre ogni giudizio frettoloso.
La principessa dimenticata ha finalmente qualcosa da dire… e questa volta trova chi la ascolta.
Quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi e quanto dipende dalla famiglia, dall’ambiente e dall’epoca in cui ci è toccato vivere? Chissà quali desideri avremmo coltivato, quali rinunce accettato, quali libertà inseguito se fossimo nati in un altro tempo. È da questa domanda che prende forma Ermione. Vite & Vite – Fermenti femminili, il libro di Elvia Gregorace, calabrese di nascita e romana d’adozione, pubblicato da Trenta Editore con la prefazione del professore Attilio Scienza e vincitore del Premio Selezione Bancarella della Cucina 2026.

A raccontare è Ermione, figlia di Elena e Menelao. Sospesa in una dimensione dalla quale sembra non riuscire a congedarsi, forse perché ha ancora qualcosa da dire. Attraversa i secoli e osserva il mondo femminile dalla propria epoca fino ai giorni nostri. Abbandonata dalla madre ad appena nove anni, porta con sé il peso di una famiglia leggendaria nella quale la sua voce è rimasta ai margini, oscurata dalla bellezza di Elena e dal dolore di Menelao, ferito dal tradimento.
L’autrice le restituisce la parola e, con essa, la possibilità di rileggere la propria esistenza. Il profumo del vino accompagna questo viaggio, nel quale le vicende delle donne del mito si intrecciano con quelle delle produttrici contemporanee. Ermione riconosce nelle loro scelte ciò che a lei non fu consentito: studiare, lavorare, affermarsi, amare, costruire una famiglia secondo i propri desideri. Attraverso il loro incontro, una donna a lungo relegata sullo sfondo della storia diventa narratrice di altre vite, per cui voce ed eco.
Uno degli aspetti più convincenti del personaggio è la disponibilità a mettere in discussione se stessa. Ermione riconsidera la gelosia provata verso Andromaca e si domanda perché abbia rivolto il proprio risentimento contro di lei anziché contro Neottolemo, il marito che l’aveva portata in casa come concubina. Riconosce finalmente il dolore della donna percepita come rivale. Una prigioniera di guerra, già privata di Ettore e del figlio Astianatte, costretta a vivere accanto a Neottolemo, responsabile della morte del bambino. La distanza dei secoli le permette di comprendere ciò che allora non aveva saputo vedere.
Anche il giudizio sulla madre si apre a una prospettiva diversa. Pur conservando la ferita dell’abbandono, Ermione si interroga sulla condanna che ha accompagnato Elena e sul linguaggio con cui la sua figura è stata tramandata. Il confronto con il presente fa emergere quanto il giudizio sul desiderio femminile dipenda dalle convenzioni sociali e quanto a lungo una donna possa rimanere prigioniera della definizione ricevuta dagli altri.

Le produttrici incontrate lungo il percorso danno consistenza a queste riflessioni. Nelle loro storie, la realizzazione professionale convive con gli affetti, le responsabilità familiari, le difficoltà e le ripartenze. Ermione le ammira per la capacità di assumersi il rischio delle proprie decisioni. Sono donne che custodiscono una terra, interpretano un vitigno, proseguono un’eredità o cambiano direzione, conquistando autorevolezza attraverso il lavoro.
Il vino diventa così un emblema di libertà, particolarmente intenso per chi ne aveva conosciuto il divieto. Ermione ricorda un assaggio furtivo da bambina, subito interrotto. Scoperta, era stata ricondotta nella propria stanza. Quel ricordo misura la distanza fra il desiderio e il permesso, fra ciò che una donna vorrebbe conoscere e ciò che le viene concesso. Ora può soffermarsi sui profumi, immaginare il sorso, accompagnare con il calice il fluire dei pensieri. Un gesto quotidiano acquista il valore di una conquista.
Ma lo sguardo rivolto al presente incontra anche le vite spezzate. Testimone dei femminicidi, Ermione cerca di comprendere la persistenza della violenza attraverso epoche tanto diverse. Il tempo modifica abitudini e possibilità, mentre il possesso, la sopraffazione e la paura della libertà altrui continuano a ferire. Il dialogo tra mito e cronaca pone una domanda scomoda: quanto è profondo il cambiamento di una società che si considera evoluta?
La risposta più intima arriva nel rapporto con Tisameno, il figlio avuto da Oreste. A lui Ermione affida un insegnamento che guarda al futuro: sostenere una donna, trattarla con gentilezza, rispettarne gli spazi e le aspirazioni. L’esperienza del dolore può diventare consapevolezza e tradursi in un modo diverso di educare all’amore. Perché la libertà dell’altro è una delle prove più difficili, e più autentiche, di un sentimento.
L’originalità del libro risiede anche nella sua costruzione. Gregorace sceglie una forma ibrida nella quale racconto romanzesco, saggio, ritratto biografico e scrittura giornalistica si intrecciano attraverso il vino. Le descrizioni sensoriali si alternano alle rievocazioni mitologiche, alle storie delle aziende e alle riflessioni sull’attualità. Il nettare di Bacco accompagna la passione, l’amore, la rivincita e la battaglia, conserva anche la propria ambivalenza, richiamata nella prefazione di Attilio Scienza.
Il titolo raccoglie questo intreccio: le vite sono le piante che affondano nella terra e le esistenze che cercano una direzione. Entrambe portano tracce delle proprie origini, entrambe attraversano stagioni favorevoli e avverse. I fermenti femminili esprimono il movimento di donne che trasformano quanto hanno ricevuto, lasciando un segno nei territori e nelle relazioni.
Rimane la voce di Ermione. Una figlia oscurata dalla fama dei genitori che conquista il diritto di raccontare e, attraverso le altre, impara a comprendere se stessa. Per Elvia, il vino e le donne chiedono tempo, attenzione e la disponibilità a comprenderne le sfumature, oltre ogni giudizio frettoloso.
La principessa dimenticata ha finalmente qualcosa da dire… e questa volta trova chi la ascolta.
Quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi e quanto dipende dalla famiglia, dall’ambiente e dall’epoca in cui ci è toccato vivere? Chissà quali desideri avremmo coltivato, quali rinunce accettato, quali libertà inseguito se fossimo nati in un altro tempo. È da questa domanda che prende forma Ermione. Vite & Vite – Fermenti femminili, il libro di Elvia Gregorace, calabrese di nascita e romana d’adozione, pubblicato da Trenta Editore con la prefazione del professore Attilio Scienza e vincitore del Premio Selezione Bancarella della Cucina 2026.

A raccontare è Ermione, figlia di Elena e Menelao. Sospesa in una dimensione dalla quale sembra non riuscire a congedarsi, forse perché ha ancora qualcosa da dire. Attraversa i secoli e osserva il mondo femminile dalla propria epoca fino ai giorni nostri. Abbandonata dalla madre ad appena nove anni, porta con sé il peso di una famiglia leggendaria nella quale la sua voce è rimasta ai margini, oscurata dalla bellezza di Elena e dal dolore di Menelao, ferito dal tradimento.
L’autrice le restituisce la parola e, con essa, la possibilità di rileggere la propria esistenza. Il profumo del vino accompagna questo viaggio, nel quale le vicende delle donne del mito si intrecciano con quelle delle produttrici contemporanee. Ermione riconosce nelle loro scelte ciò che a lei non fu consentito: studiare, lavorare, affermarsi, amare, costruire una famiglia secondo i propri desideri. Attraverso il loro incontro, una donna a lungo relegata sullo sfondo della storia diventa narratrice di altre vite, per cui voce ed eco.
Uno degli aspetti più convincenti del personaggio è la disponibilità a mettere in discussione se stessa. Ermione riconsidera la gelosia provata verso Andromaca e si domanda perché abbia rivolto il proprio risentimento contro di lei anziché contro Neottolemo, il marito che l’aveva portata in casa come concubina. Riconosce finalmente il dolore della donna percepita come rivale. Una prigioniera di guerra, già privata di Ettore e del figlio Astianatte, costretta a vivere accanto a Neottolemo, responsabile della morte del bambino. La distanza dei secoli le permette di comprendere ciò che allora non aveva saputo vedere.
Anche il giudizio sulla madre si apre a una prospettiva diversa. Pur conservando la ferita dell’abbandono, Ermione si interroga sulla condanna che ha accompagnato Elena e sul linguaggio con cui la sua figura è stata tramandata. Il confronto con il presente fa emergere quanto il giudizio sul desiderio femminile dipenda dalle convenzioni sociali e quanto a lungo una donna possa rimanere prigioniera della definizione ricevuta dagli altri.

Le produttrici incontrate lungo il percorso danno consistenza a queste riflessioni. Nelle loro storie, la realizzazione professionale convive con gli affetti, le responsabilità familiari, le difficoltà e le ripartenze. Ermione le ammira per la capacità di assumersi il rischio delle proprie decisioni. Sono donne che custodiscono una terra, interpretano un vitigno, proseguono un’eredità o cambiano direzione, conquistando autorevolezza attraverso il lavoro.
Il vino diventa così un emblema di libertà, particolarmente intenso per chi ne aveva conosciuto il divieto. Ermione ricorda un assaggio furtivo da bambina, subito interrotto. Scoperta, era stata ricondotta nella propria stanza. Quel ricordo misura la distanza fra il desiderio e il permesso, fra ciò che una donna vorrebbe conoscere e ciò che le viene concesso. Ora può soffermarsi sui profumi, immaginare il sorso, accompagnare con il calice il fluire dei pensieri. Un gesto quotidiano acquista il valore di una conquista.
Ma lo sguardo rivolto al presente incontra anche le vite spezzate. Testimone dei femminicidi, Ermione cerca di comprendere la persistenza della violenza attraverso epoche tanto diverse. Il tempo modifica abitudini e possibilità, mentre il possesso, la sopraffazione e la paura della libertà altrui continuano a ferire. Il dialogo tra mito e cronaca pone una domanda scomoda: quanto è profondo il cambiamento di una società che si considera evoluta?
La risposta più intima arriva nel rapporto con Tisameno, il figlio avuto da Oreste. A lui Ermione affida un insegnamento che guarda al futuro: sostenere una donna, trattarla con gentilezza, rispettarne gli spazi e le aspirazioni. L’esperienza del dolore può diventare consapevolezza e tradursi in un modo diverso di educare all’amore. Perché la libertà dell’altro è una delle prove più difficili, e più autentiche, di un sentimento.
L’originalità del libro risiede anche nella sua costruzione. Gregorace sceglie una forma ibrida nella quale racconto romanzesco, saggio, ritratto biografico e scrittura giornalistica si intrecciano attraverso il vino. Le descrizioni sensoriali si alternano alle rievocazioni mitologiche, alle storie delle aziende e alle riflessioni sull’attualità. Il nettare di Bacco accompagna la passione, l’amore, la rivincita e la battaglia, conserva anche la propria ambivalenza, richiamata nella prefazione di Attilio Scienza.
Il titolo raccoglie questo intreccio: le vite sono le piante che affondano nella terra e le esistenze che cercano una direzione. Entrambe portano tracce delle proprie origini, entrambe attraversano stagioni favorevoli e avverse. I fermenti femminili esprimono il movimento di donne che trasformano quanto hanno ricevuto, lasciando un segno nei territori e nelle relazioni.
Rimane la voce di Ermione. Una figlia oscurata dalla fama dei genitori che conquista il diritto di raccontare e, attraverso le altre, impara a comprendere se stessa. Per Elvia, il vino e le donne chiedono tempo, attenzione e la disponibilità a comprenderne le sfumature, oltre ogni giudizio frettoloso.
La principessa dimenticata ha finalmente qualcosa da dire… e questa volta trova chi la ascolta.










